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Ministero Degli Affari Esteri

Urogallo pubblica la traduzione italiana di "Cioccolato"

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Martin Page, Il primo villaggio globale. Come il Portogallo ha cambiato il mondo.

Il libro

Giornalista di lungo corso, con al suo attivo missioni in ogni angolo del globo, Martin Page (1938-2003) si trovò per un lungo periodo a vivere in Portogallo e decise di omaggiare il suo nuovo paese d’adozione con la scrittura di un’agile e divulgativa storia della nazione, che è divenuta nel tempo un best seller sia in Portogallo che nel suo paese d’origine, il Regno Unito. È stato il fondatore, nel 1975, della testata giornalistica The Business Traveller Magazine.

Condensare l’intera storia del Portogallo in un solo volume, e in più rendere la lettura piacevole e leggera, pur non rinunciando al rigore e all’esattezza delle informazioni non è un compito facile; eppure, Martin Page ci è riuscito in modo magistrale.

Di godibile e scorrevole lettura, questo volume è anche una miniera di informazioni e di fatti storici su un paese che è così vicino e così lontano. Pur esistendo da quasi otto secoli nelle sue frontiere attuali, il Portogallo continua a sfuggire alla percezione di molti, che non sanno che è stata una regina portoghese ad aver introdotto in Inghilterra il costume del tè delle cinque, oppure ignorano che la tempura giapponese trae la sua origine da una ricetta portoghese. Pochi sanno, inoltre, che probabilmente i portoghesi giunsero in America prima di Colombo, mantenendo segreti i risultati delle loro esplorazioni, o che la presenza portoghese in Asia è stata ininterrotta per quasi cinque secoli...

Pur non rinunciando all’aneddoto o alla curiosità puntuale, Martin Page ci dà un’idea della storia portoghese del tutto aderente alla più accreditata storiografia ufficiale, risultando da una trattazione esaustiva e approfondita di tutte le epoche, dai Romani fino ai giorni nostri, passando per l’invasione araba, la reconquista cristiana, l’epoca delle scoperte geografiche e delle grandi navigazioni, la costruzione del più longevo impero coloniale europeo, la dittatura salazarista e la rivoluzione democratica, con la conseguente dissoluzione dell’oltremare portoghese. In particolare modo, Page riesce a gettare una nuova luce sul periodo di formazione della nazione portoghese, proponendone una nuova lettura basata sulle sue ricerche personali condotte in Borgogna.

Dall'interno del volume:

1)

Andai a Tokyo, a presentare la traduzione giapponese di The Company Savage, la mia satira sull’irrazionalità nelle decisioni dei business manager.

[...]

Entrammo in un atrio della suite del Decano dei Business Studies, passammo una fila di persone che presenziavano, e ci trovammo nel corner office del pezzo grosso in questione. Mi trovai davanti un gesuita portoghese, in un abito talare impeccabilmente confezionato, e altrettanto fluente, vivido e coinvolgente in inglese come lo era chiaramente in giapponese.

È facile ignorare, almeno se si è inglesi, che i portoghesi, al seguito del co-fondatore dei Gesuiti san Francesco Saverio, hanno vissuto in Giappone per generazioni prima che i nostri antenati sapessero della sua esistenza. Hanno discusso di teologia con i monaci buddisti, alla corte imperiale. Hanno prestato delle parole alla lingua giapponese che sono ancora in uso, tra cui “orrigato”, da “obrigado”, che significa “grazie”. Hanno introdotto la ricetta della tempura, la merenda preferita dai giapponesi.

2)

Il portoghese è la seconda lingua di Johannesburg in Sudafrica, di Newark, in New Jersey, del Lussemburgo e di Caracas, la capitale del Venezuela. Ci sono comunità di parlanti portoghese nati in loco in, tra innumerevoli altri luoghi, India, Malesia, Taiwan e Cina – come anche alle Bermude, a Jersey, a Toronto, a Los Angeles e a Brisbane.

È anche la terza lingua europea più parlata, dopo l’inglese e lo spagnolo, e viene prima del francese e del tedesco in questa classifica. Il Brasile e l’Angola, ovviamente, danno un importante contributo a questa statistica poco nota.

Tutto ciò non si riflette sulle cifre ufficiali, in gran parte a causa del fatto che la maggior parte dei portoghesi all’estero è cittadina del proprio paese di residenza. Ma come disse Mário Soares: «La lingua è il legame. Parlare portoghese significa essere portoghese». Sono dappertutto, e parlano in modo così discreto, che pochi di noi notano la loro presenza.

I nostri amici rimasero perplessi per la nostra scelta di Sintra, anziché il Sud della Francia o la Toscana. Persino un avvocato portoghese, che praticava a Londra, mi implorò di provare piuttosto la Provenza. Il Portogallo era anche la banana republic d’Europa: troppo corrotto, impoverito, decaduto, illetterato e pieno di malattie per gente come noi. Gli scioperi erano endemici. L’inflazione stava crescendo a un livello da mandare in frantumi i termometri finanziari. L’escudo stava colando a picco. L’economia, se la si poteva chiamare tale, stava declinando. Gli esperti prevedevano che ci sarebbero volute due generazioni di lavoro sodo e dei sacrifici brutali per ridurre il debito pubblico a un livello accettabile.

Le strade erano piene di buche. I portoghesi erano gli automobilisti più pericolosi dell’Europa occidentale. L’unico supermercato presente nell’area metropolitana di Lisbona offriva poco più che cavoli per la minestra, baccalà, pomodori in scatola e margarina.

In una visita a Lisbona, vedemmo persone con arti amputati stese sui marciapiedi, chiedendo l’elemosina. C’era della muffa sulla moquette della nostra camera d’hotel a quattro stelle. Fare una telefonata era una sfida che richiedeva tempo. Ville abbandonate e decadenti si ergevano accanto alle baracche, che ospitavano i rifugiati dalle ex colonie africane. Il tempio nazionale, il Monastero dei Gerolamini, veniva corroso, senza controllo, dagli escrementi dei piccioni.

Eppure ci parve che ci fosse un’altra faccia della medaglia. Attraversando il confine spagnolo a Badajoz, ed entrando nella regione portoghese dell’Alentejo, fummo conquistati dal cambio di umore, dalla disperazione apparente alla speranza. Questo forse oggi si nota meno, grazie all’aiuto che Madrid e Bruxelles hanno profuso nel Sudovest della Spagna; ma altri viaggiatori prima di noi lo hanno segnalato, da Hans Christian Andersen alla metà del xix secolo, sulla vigilanza e cortesia delle guardie di stanza al confine, la vernice fresca sulle pareti della case dei villaggi, la profusione di fiori nei giardini ben tenuti, il miglioramento della qualità della cucina e della viticoltura, l’amichevole curiosità dei bambini se per caso vedevano qualche straniero in un caffè, l’orgoglio municipale che preservava così bene le città storiche, e le teneva così vive. C’erano pittori di paesaggio locali, scultori di marmo, ricamatori, incisori di legno, poeti. Delle suore conservavano le prugne a Elvas e inventarono nuove torte: fu da qui che Catarina di Braganza portò l’istituzione del tè pomeridiano in Inghilterra, incluse le suore che facevano le torte tipiche dall’Alentejo al suo seguito.

I portoghesi hanno perso quasi tutto nel xx secolo. I loro diritti minerari in Africa centrale furono presi dai britannici, i loro “più antichi alleati”. La loro partecipazione militare da parte alleata nella Prima guerra mondiale fu breve, ma disastrosa. Una monarchia inefficace era caduta per essere sostituita dall’anarchia e poi da una giunta militare inetta, che con una certa riconoscenza passò i suoi poteri a Salazar. Questi salvò il Paese dalla bancarotta, stabilizzò la sua valuta, e trovò i finanziamenti per un enorme programma di sviluppo.

Ma divenne anche dittatore e, come altri dittatori, non si seppe fare da parte. Dopo aver tenuto il Portogallo fuori dalla partecipazione militare diretta nella Seconda guerra mondiale, spedì ondate di giovani soldati di leva verso l’Africa e verso la morte, in un futile tentativo di esportarvi l’ondata nazionalista. Le forze armate e poi i comunisti presero il potere. È stato l’unico esempio di un golpe del genere in un paese dell’Europa occidentale. Quando la democrazia prevalse, alla fine degli anni Settanta, il Portogallo era stato catapultato indietro nella brutta situazione in cui aveva iniziato il xx secolo: bancarotta e caos.

Estratto

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